Belgrado 2009

Belgrado 2009

Sono tornata a Belgrado da qualche mese. Esattamente tra anni sono passati da quando, nel 2006 arrivai a Belgrado per la prima volta e scoprii la ex Jugoslavia, che avrebbe poi segnato una buona parte di questi anni. Avevo letto poco prima di partire, non mi immaginavo nulla ma immediatamente mi travolse e me la vissi con passione, una passione che spesso consisteva semplicemente nel tirare molto tardi la sera. Da allora sono successe tante cose, sono cambiata io ed è la cambiata la città, come è naturale che sia in tre anni. Ma forse nemmeno poi tanto. Io ho vissuto quasi un anno a Sarajevo, ho guardato a Belgrado dal di fuori, ma da un “di fuori” non molto distante. O meglio distante per alcune cose e vicino per altre. E non mi riferisco solo alla guerra e alla geografia, che sono dei fatti oggettivi. Le carte geografiche fisiche, quelle con montagne e fiumi, volenti o nolenti non si cambiano, al massimo si possono cambiare i nomi. La guerra pure, c’è stata ed è un dato di fatto, a prescindere da come la si voglia interpretare. Ma mi sembra che ci siano dei livelli più sfumati di somiglianza nella differenza o di differenze nella somiglianza o di volontà di negare una somiglianza. Ma a questo punto forse mi sto perdendo.

Guardo la Belgrado di oggi che ora conosco un po’ meglio. Riconosco dei valori umani che mi piacciono. La maggior parte dei miei coetanei belgradesi vive con i genitori e ha poche prospettive di andarsene. Però nel mentre sa vivere, si diverte e fa una buona vita culturale.

Tre anni fa sentii parlare di Ðinđic e delle dimostrazioni e mi dissero che con la morte di Ðinđic era andata persa la possibilità di un ricambio della scena politica. Oggi non mi è quasi mai più capitato di sentirne parlare, che sia casuale o meno. E in molti mi dicono che la voglia di cambiamento delle dimostrazioni è andata persa, anche se alcuni de protagonisti dell’epoca l’hanno messa a buon frutto nelle loro carriere politiche o artistiche. I Ds al governo sono visti da molti come il partito dei tycoon, di cui illustre rappresentante sarebbe il sindaco di Belgrado Ðilas. L’Ldp ha dimostrato le sue falle nel proporsi come il partito della borghesia radical chic. Gli unici in grado di rinnovarsi sembrano essere stati i radicali, una parte dei quali si è data una ripulita e ha assunto il nome – non è uno scherzo – di “progressisti” (naprednjaci).

Il Kosovo si è staccato, in modo molto meno indolore di quanto aveva fatto il Montenegro nel 2006. Il processo di integrazione europea, stoppato anche lui nel 2006, non sembra abbia fatto grandi passi avanti. Però la grande “madre Europa” sottolinea che l’eliminazione dei visti è dietro l’angolo, solo bisogna avere un po’ di pazienza, e le intenzioni sono delle migliori, solo c’è da convincere l’Olanda.

A rinnovarsi sono anche l’università e in generale l’istruzione, in accordo alla dichiarazione di Bologna  Le tasse di iscrizione lievitano, improbabili master prosperano e di un fantomatico modello europeo arrivano prima i costi dei contenuti. Che però, si promette, non tarderanno.

Il nuovo centro commerciale Ušće è stato costruito alla foce di Sava e Danubio su un terreno di proprietà municipale venduto a prezzi stracciati. Però si dice che contribuirà allo sviluppo della città e creerà posti di lavoro. Per i nuovi centri commerciali si usa la nuova espressione “tržni centar” che sostituisce quella veterosocialista “robna kuċa”. Così i “grandi magazzini” dei vecchi tempi, insieme a molte industrie, sono stati privatizzati e i lavoratori spesso bloccano le strade chiedendo stipendi arretrati, liquidazioni e quote azionarie. Alcuni ex lavoratori dell’ex grande magazzino Beograd, dandosi i turni, hanno passato 6 mesi da dicembre in poi davanti al Parlamento per sostenere le loro richieste. Però c’è da dire che erano ben attrezzati, tra tende termiche, sacchi a pelo e fornelletti elettrici. Sono stati sfrattati solo dagli organi di sicurezza in occasione della visita di Josef Biden. Qualche giorno prima gli stessi ex lavoratori, un’età media tra i 50 e i 60, in maggioranza donne, avevano bloccato una delle strade principali, facendo arrabbiare sindaco, cittadini e azienda dei trasporti pubblici. Ma anche in questo caso erano ben equipaggiati a passare notti all’aperto, avendo con sé coperte, viveri, qualche bottiglia di rakija e carte da gioco. E non c’era pericolo che qualche malintenzionato, che ne so, rubasse a uno di loro il portafoglio perché erano circondati da un apparato di polizia che avrebbe scoraggiato il più temerario dei criminali. Passando mi ero fermata a leggere i cartelli e un gruppo di signore mi aveva accerchiata, raccontandomi i loro perché. Dicevano di essere stati venduti sia dai politici che dai sindacati e di non credere né negli uni né negli altri. E di voler continuare da soli a oltranza. Ma l’impegno aveva lasciato ben presto il posto alla curiosità che si era concentrata su di me, mentre mi arrivava un bicchierino di plastica contenente rakija. Mi avevano chiesto cosa facessi a Belgrado, ma soprattutto volevano sapere le mie opinioni sugli uomini serbi, prendendo esempi concreti dall’ampia schiera di poliziotti che facevano cordone. Avevo cercato di spiegare che non subivo particolarmente il fascino della divisa, e ancor meno di quella antisommossa, ma una signora mi aveva prevenuto e, indicando uno sbirro che si trovava un paio di metri dietro di noi mi aveva detto: “Per esempio, quel biondino là non ti piace?”. Quando il biondino in questione si era girato e l’aveva guardata, lei aveva detto: “Izvinite” ed era scoppiata a ridere e insieme a lei le sue colleghe o ex tali e io pure. E la rakija era risaltata fuori.

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