Le parole degli “internazionali”

Le parole degli “internazionali”

scrive Simone  da Prijedor

Arrivo a Prijedor, come ogni mese da un anno a questa parte e, come sempre, nel giro di una giornata vengo travolto dal contesto locale. Arrivo sabato sera e domenica vado in centro a piedi senza fretta. Lungo il percorso mi imbatto in alcuni nuovi manifesti raffiguranti Šešelj con cuffie e microfono, evidentemente in un’aula di tribunale, con la scritta, rigorosamente in cirillico: “Na mući se poznaju junaći”, “Nelle difficoltà si riconoscono gli eroi”. Il manifesto non viene “rivendicato” da nessun gruppo o partito. Forse si vuole suggerire l’evidenza di una verità incontestabile?

Il giorno dopo compro la rivista DANI dove campeggia in prima pagina la foto del neo eletto presidente della Croazia Ivo Josipović e il titolo: “La Bosnia Erzegovina sarà una mia priorità”. Di orientamento europeista e non nazionalista, il nuovo presidente ha voluto tranquillizzare i croati di Erzegovina preoccupati di un abbandono da parte della loro “patria”. Oltre il 90% di loro, infatti, ha votato per l’altro candidato e non ha alcuna fiducia nel nuovo presidente.

In ufficio il mio collega, rileggendo la sintesi storica scritta per un progetto sulle vicende degli anni ’90, mi contesta l’impostazione “da internazionale”. Mette in discussione le terminologie usate, come “serbo” e, in particolare, “bosniaco”. Si apre la discussione e cerco di spiegargli che la frase “il 3 marzo 1992, giorno dei risultati del referendum, il governo della Repubblica di Bosnia Erzegovina proclama l’indipendenza” non può essere più neutra e corretta di così, ma la cosa non lo convince, anche se non sa darmi alternative. Gli pare di parte sostenere che i serbo-bosniaci dichiararono l’indipendenza della Repubblica serba di Bosnia nel 1992 grazie anche al sostegno di Belgrado, dal momento che anche gli “altri” ricevettero sostegno dall’estero. Mi viene poi contestata la descrizione dell’attuale Consiglio comunale di Prijedor, perché cito solo i primi tre partiti nazionalisti serbi (totale circa 61%)  e non il quarto partito, nazionalista musulmano (6,7%). Accolgo la critica e concordiamo sul fatto che la questione non verte intorno al fatto che siano serbi o no, ma che siano partiti di appartenenza nazionale e di orientamento nazionalista. In generale ciò che più gli dà fastidio nel leggere la relazione è l’uso del termine “bosniaco” al posto di “bosgnacco”. Faccio notare che uso i due termini in maniera il più possibile corretta e che il termine “bosniaco” indica esclusivamente persone e istituzioni della Bosnia Erzegovina, mentre “bosgnacco” indica persone e istituzioni dei musulmani di Bosnia Erzegovina. La spiegazione viene accettata, ma è evidente che, bombardati da un linguaggio e da messaggi sempre pesantemente connotati secondo criteri di appartenenza nazionale, il termine “bosniaco” viene sentito come riferito solo ai musulmani o come “panbosgnacco”.

Nel pomeriggio vado a trovare la proprietaria della casa dove abito, che mi accoglie come sempre calorosamente. In sala è accesa la TV sul canale della Republika Srpska e trasmettono un’intervista ad una signora sui settant’anni che vedo parlare tranquillamente in un salotto borghese, probabilmente di casa sua. Riconosco il viso, ma non mi viene in mente chi possa essere. Continuo ad osservare finché non chiedo direttamente alla proprietaria chi sia. Si tratta della signora Plavšić, celebre biologa che teorizzò l’inferiorità biologica dei musulmani di Bosnia Erzegovina, divenuta Presidente della RS nel 1997 quando Karadžić entrò in clandestinità, successivamente processata all’Aja e condannata per poi essere liberata nell’ottobre scorso. Viene forse considerata solo da noi e dal Tribunale penale dell’Aja come uno dei principali responsabili della pulizia etnica in Bosnia Erzegovina?

La sera mi ritrovo, senza volerlo, a discutere in modo civile e pacato con un giovane di Prijedor, che chiamerò Marko, il quale mi illustra il suo  punto di vista sui serbi, sull’indipendenza del Kosovo e sulla Bosnia Erzegovina. Sostiene che gli albanesi hanno da sempre creato problemi. Dopo un po’ ammette e concorda con me sulle responsabilità anche di Miloševic. Sostanzialmente la sua tesi rimane quella del Memorandum dell’Accademia di Belgrado del 1986: nonostante i serbi siano sempre stati la maggioranza in Jugoslavia, Tito ha sempre lavorato per isolarli. I miei tentativi di fargli leggere il contesto con altre chiavi di lettura non cade totalmente nel vuoto, quando avanzo l’ipotesi che ogni società ha i suoi conflitti e che starebbe alla politica e alla società civile cercare di affrontarli senza violenza.

Alla fine mi sente parlare in italiano di Šešelj e mi chiede cosa voglia dire “pazzo”, termine che ho appena pronunciato. Non esito a dirglielo. Non vi è né aggressività né imbarazzo nel dirmi che comunque lui rispetta quell’uomo.

Quarto giorno di permanenza, leggo sul giornale le ultime affermazioni del presidente uscente della Croazia, Stipe Mesić, che dichiara: “In caso di referendum per la secessione della RS, l’esercito croato è pronto ad intervenire in favore delle popolazioni (croate) della Posavina”. Si tratta di affermazioni pesanti, che naturalmente scatenano le prevedibili reazioni dei politici della RS. Le persone intorno a me, sicure di una ragione incontestabile, non perdono tempo a farmi notare che si tratta di un’ingerenza, e di quanto siano irresponsabili tali affermazioni. Non posso che dare loro pienamente ragione.

A parte le ingerenze croate, la normalità bosniaca si colora sempre e comunque delle solite dinamiche: Dodik che pretende un referendum per la secessione, i bosgnacchi che difendono, ipocritamente, l’unità del paese, e i croati che avanzano l’ipotesi della terza entità o della secessione. I pochi bosniaci rimangono isolati e inascoltati. Come mi spiega Marko, la questione è molto semplice: come possono i serbi fidarsi dei bosgnacchi quando questi ultimi sono maggioranza in Bosnia Erzegovina? Se facessero elezioni unite senza garanzie, i serbi rimarrebbero in minoranza. La soluzione auspicata è, ancora all’alba del 2010(!), che la RS si unisca alla Serbia e l’Erzegovina alla Croazia. D’altronde i cosiddetti colloqui di Prud del 2009, tra Dodik, Tihić e Ćović, dimostrano che la soluzione non viene esclusa a priori neanche dai bosgnacchi.

I successivi tre giorni non mi riservano ulteriori “sorprese”, ma una normalità sempre uguale a se stessa, in cui la Bosnia Erzegovina e i suoi cittadini si trovano ormai da tempo.

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