Ancora Divjak e ancora Sarajevo e un po’ di RS

Ancora Divjak e ancora Sarajevo e un po’ di RS

sarajevo La giustizia nel dopoguerra balcanico non sembra fatta per la riconciliazione. Come dice sempre un mio amico prospettando guerre future sicure. “Come fai a non vederlo?” mi dice “Nessuno, dico, nessuno è contento con i confini attuali”. Allo stesso modo le sentenze e gli arresti legati ai crimini di guerra scontentano sempre qualcuno, in genere ricompattano il fronte della “propria” nazionalità. Se ti arrestano il kosovaro, i kosovari scendono in piazza, se ti arrestano il serbo i serbi etc. Il generale Divjak è un caso particolare nel senso che il suo arresto ha scontentato quelli della nazionalità “nemica” i bosniaci, il suo rilascio su cauzione ha scontentato quelli della “sua” nazionalità, i serbi.

Ovviamente, come un sacco di gente, anch’io ho conosciuto il generale Divjak, il serbo buono che ha difeso Sarajevo dai serbi, che si metteva a testa in giù per spiazzare i suoi interlocutori. Lo intervistai nei primi mesi che stavo a Sarajevo e la nostra lingua comune era il francese che lui parla molto bene. Un affascinante illuminista come ce ne sono pochi nei Balcani (e ormai anche nel mondo), ma pensai anche che era troppo affascinante che qualche pecca ce la doveva avere. Non mi sono mai fidata degli uomini carismatici.

Poi però, mi ricordo, che raccontai per caso ad Haris che avevo intervistato Divjak e a lui si illuminarono gli occhi, perché Divjak veniva sempre al fronte a vedere come stavano le truppe a tirare su il morale. E nel mondo, un generale che andava a trovare le truppe non s’era mai visto.

Anche lì, la mia vocina malefica: te credo era serbo e lo esoneravano sempre di più dal comando che altro doveva fare?

Ma il serbo di Sarajevo era importantissimo proprio per quei Sarajevesi che non volevano combattere come bosgnacchi o musulmani che dir si voglia, ma si sentivano la resistenza di Sarajevo contro i fascisti che la volevano occupare ed imporre idee fasciste come il nazionalismo.

Questo certo non vuol dire che la resistenza non possa commettere crimini di guerra e che non vadano indagate ne’ che la guerra dei musulmani fosse pura come la neve. Ma su Dobrovoljacka, l’attacco alla colonna dell’esercito che stava uscendo dalla città, in cui morirono dai 7 ai 14 soldati (secondo un documento della Republika Srpska furono 13 uccisi e un disperso), l’unico video che c’è è quello di Divjak che urla “non sparate”.

Divjak è un serbo di Sarajevo, dicono gli accusatori, uno dei pochi, tenuto lì come un fantoccio per sbandierare la Sarajevo multietnica per coprire quella al 90% musulmana, per coprire “Teheran” come la chiamava Dodik,  che è il suo vero volto.

Ma siamo sempre lì all’errore della prospettiva unica, Sarajevo è Teheran, è mussulmana, ha le targhe delle strade verdi e ha una Comunità islamica che entra sempre più nella politica. Ma Sarajevo è anche la città dei serbi e dei croati, è la città dei gay e degli internazionali, i miei amici più cari sono serbi, croati, di famiglia mista e bosgnacchi (musulmani). Se volessi essere retorica come un canzone degli U2 direi: ragazzi e ragazze di Sarajevo.

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Non dobbiamo, però – presi dalla retorica della città che resiste all’assedio – dimenticarci del sentimento dei serbi che non vivono a Sarajevo (come quello dei croati ma lo conosco meno), a rischio di fare un discorso vagamente razzista e sicuramente poco illuminista. Il sentimento dei serbi è molto simile al sentimento degli israeliani: non si può solo dire che gli israeliani impongono un regime di occupazione ai palestinesi e quindi sono cattivi. Va capito che anche gli israeliani più progressisti più di sinistra, amano Israele e faranno di tutto per difenderla perché sono terrorizzati di essere ributtati in mare, perché il timore che in una terra non ebraica ci sia sempre il rischio dell’olocausto è concreto, perché “hai visto voi europei come non avete mosso un dito per noi”.
Allo stesso modo c’è un’identità serba estremamente radicata in cui la sindrome di accerchiamento è reale, l’idea di essere i più odiati al mondo lo stesso, la paura del giogo turco o ustascia idem. Così come è per loro importantissima la Repubblica Srpska che
non deve essere toccata, neanche per i giovani, soprattutto per i giovani. Senza la RS non c’è futuro e qualsiasi unione a qualsiasi livello presuppone assimilazione o pericolo.

L’ultima volta che sono andata in Bosnia sono andata con il marito serbo bosniaco – ormai italiano – di una mia amica, che mi faceva domande su Sarajevo e i bosniaci “ma lo sanno loro che prima erano serbi?”, non capiva che uno forse non se le pone queste domande. Ma poi ho capito “vedi il mio nonno è stato massacrato nella prima guerra mondiale, mio padre nella seconda, poi è successo anche a me, è chiaro che io ero pronto”. Non è solo propaganda insomma c’è una memoria familiare importantissima, centrale, nella vita dei serbi che li fa sentire ancora vittime dell’occupazione ottomana o austroungarica. Ecco adesso qualcuno mi odierà (vedi, già mi sento un po’ serba).

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