Del carcere e di Goliardo

Del carcere e di Goliardo

anarchiciHo scoperto di non essere l’unica ad andare a controllare ossessivamente la cassetta delle lettere. Lo fanno anche gli altri e si controllano e consolano a vicenda “Ma a te ti ha scritto? e tu gli hai scritto? Quando? Eh sai in carcere è tutto più complicato, poi l’hanno trasferito. C’era questo mio amico che era dentro gli scrivevano tantissime persone e lui diceva sempre che era fondamentale, che è la noia che ti uccide. Vedrai ora ti risponde”. Eppure è difficile mettere da parte questa sensazione di essere stati abbandonati.

Ho scoperto poi che in carcere quando si spedisce una lettera bisogna mettere dentro uno o due francobolli perché così il detenuto può rispondere e ha delle spese in meno. Però è sempre bene scrivere da qualche parte in bella vista “questa lettera contiene due francobolli” perché le guardie rubano e forse ci pensano un attimo in più con questa didascalia nella lettera, “é una mini assicurazione – mi dice uno – certo se la guardia vuol rubare ruba lo stesso, ma almeno sa che il detenuto sa”. (che possa fare il detenuto quando sa è un mistero, ma insomma..).

Invece c’è anche un altro modo più sicuro: dentro la busta si inserisce un’altra busta affrancata con l’indirizzo del mittente. Quella è veramente difficile da rubare. Io ho scelto quest’ultimo metodo, ma ho messo anche un francobollo in più libero nella busta. Ho solo paura di aver superato il peso della lettera ordinaria e che poi me lo rimandino indietro.
Nel frattempo si aspetta, ci si ritrova e si parla dell’ultima volta che si è visto il detenuto di quello che gli si è detto. Poi ci si accorge che alla fine non è morto e ci si scambia informazioni sulla famiglia, sull’avvocato, sul carcere. Che alla fine c’è carcere e carcere c’è cella e cella e la sezione dei definitivi è sempre un po’ meglio di quella dei detenuti in attesa di giudizio. Che alla fine i “politici” sono tenuti un po’ più in considerazione e però speriamo non rompa troppo i coglioni perché è sempre meglio che il direttore del carcere ti veda di buon occhio piuttosto che come un rompiscatole. Perché dal direttore dipende quasi tutto rispetto alla vita dentro.

E poi ho scoperto gli anarchici a Roma. Un botto.  E tanti nel quartiere più radical chic della capitale.
Per me gli anarchici erano solo quelli di Carrara del FAI, quelli che provai a convincere a farmi vedere l’archivio di Goliardo Fiaschi, anarchico che aveva fatto la resistenza a 14 anni e nel dopoguerra era andato in Spagna con uno che si dice volesse fare un attentato a Franco.
Goliardo Fiaschi e l’anarchico Facerias furono fermati nel 1957 a Barcellona dalla Guardia Civil. Lo spagnolo fu ammazzato sul posto, il carrarino fu condannato a 20 anni con un processo farsa. Estradato dopo 8 anni in Italia (illegalmente perché non c’era l’estradizione tra Italia e Spagna), Goliardo finì di scontare la pena nel suolo patrio per un processo che gli fu fatto in contumacia per una rapina compiuta alla fine degli anni cinquanta, per la quale lui si dichiarò sempre innocente. Uscì solo nel 1974.

Di Goliardo mi piacevano varie cose, che fosse riuscito a resistere 18 anni in galera senza aver fatto niente scrivendo lettere su lettere ai vari presidenti della repubblica e soprattutto quest’ossessione per i cuori. Disegnava fogli e fogli pieni di cuori colorati, assolutamente inquietanti e chissà che cazzo volessero dire. Poi mi piaceva il fatto che fosse tornato a Carrara, avesse aperto un circolo culturale, messo su un archivio che ora stanno cercando di sistemare, ricominciato le sue battaglie politiche per l’ambiente e quant’altro e che poi abbia deciso di morire, in un letto d’ospedale, a cent’anni esatti dall’attentato di Gaetano Bresci ad Umberto I – quello sì riuscito –  il 29 luglio del 2000.

Bhe il gotha del Fai Carrarino non mi lasciò mai scrivere la biografia di Goliardo Fiaschi ne’ mi permise di andare nel suo archivio. Non si fidavano perché non ero una di loro. Inizialmente mi dissero di sì che però dovevo fargli leggere quello che scrivevo. Poi dissero no, con la scusa che doveva uscire prima la sua autobiografia – ovvero ore di intervista dettate ad un altro ricercatore che poi anche lui abbandonò l’impresa. Chissà che fine ha fatto l’autobiografia di Goliardo.

Ma ecco in quel bar nel quartiere radical chic in dei momenti sembrava un po’ di essere nel circolino culturale di Carrara negli anni cinquanta. Perché lì puoi chiedere che vuol dire essere anarchici e sentirti rispondere che vuol dire lottare per la fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Allora ti guardi intorno per vedere se ci sono gli scooter o gli iphone, per assicurarti di non essere stato risucchiato in uno squarcio spazio temporale all’inizio del secolo scorso.
E poi succede che anche lo Stato sembra essere rimasto alla stessa epoca, fedele a certe tradizioni. E, ancora nel 2012, se deve incolpare qualcuno di qualcosa di veramente grosso, prende un paio di anarchici e li sbatte in galera. Perché in fondo sono sempre figli di un dio minore.

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