Cartolina da Kiev #2 – Il bus, la telenovela russa, Frosina e le altre.

Firenze – Kiev. Il bus, la telenovela russa, Frosina e le altre.
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Quando ho iniziato a lavorare sulla storia delle donne ucraine in Italia ho scoperto molto velocemente una cosa: hanno moltissima voglia di raccontare la propria storia. Incontrarle a Roma, a Firenze e sull’autobus per Kiev è stato come aprire un vaso di pandora. Sono 236.000 gli ucraini residenti in Italia secondo i dati Istat, di cui il 79,8% sono donne e il 67% di queste lavora nel campo dei servizi alla persona, ovvero come badante o domestica.

Alina la signora che prende le prenotazioni del bus che parte da Firenze, non appena le ho detto che ero una giornalista e volevo raccontare la storia delle donne ucraine, ha iniziato a parlare concitatamente raccontandomi in un’ora 15 anni della sua vita, di come fosse venuta in Italia a Napoli grazie ai contatti di un’amica, di come l’intermediario napoletano l’avesse mandata in una casa a Casoria, una villa in campagna, dove faceva la domestica per una famiglia che però non la faceva uscire mai, le concedeva una telefonata a settimana e soprattutto non la pagava. “Sei disponibile a stare da noi per un anno no? – le aveva detto la signora – allora ti paghiamo alla fine dell’anno”. Ma il fatto di non poter uscire era quasi più insopportabile. Anche quando erano in vacanza non poteva uscire, ma erano i parenti a portarle da mangiare attraverso il cancello, come ad un cane. E poiché era dimagrita tantissimo aveva bisogno di vestiti nuovi, la signora è stata costretta a farla uscire, ma la ha accompagnata al mercato a comprare i vestiti, stando bene attenta che non parlasse con altre persone, magari altre ucraine. Alina mi racconta di come dopo 7 mesi non ce l’abbia più fatta e di come dopo molte proteste abbia convinto la signora a riportarla dal mediatore napoletano. Il mediatore ha organizzato una specie di scambio con un altro mediatore che aveva un’altra donna ucraina da mandare nella stessa famiglia, e a lei per puro caso è toccato Firenze ed è stata la sua salvezza, perché ora è da 14 anni che sta IMG_8612.jpgcon la famiglia fiorentina che adora e ha visto crescere negli anni.

Solo dopo tutta questa storia sono riuscita ad avere informazioni sul bus e prenotare i biglietti.

L’autobus, dunque l’ho preso a Firenze nel primo pomeriggio. Appena entrata cambia la luce, è molto buio nonostante sia luminossissimo fuori, c’è il sottofondo costante di una telenovela russa, ogni fila composta da due sedili ha il proprio altoparlante che non è possibile regolare. La telenovela mi accompagnerà per tutte le 36 ore.

Il bus è a due piani, un’ottantina di persone, prevalentemente donne anche se c’è una buon numero di famiglie con moglie ucraina e marito italiano, e solo due uomini ucraini soli. La mia vicina di posto è una signora sui sessanta anni, con i capelli corti bianchi giacca da uomo e pantaloni chiari, è diversa dalle altre un po’ più timida e nervosa. La storia invece è dannatamente simile a quella di tutte le altre.

“Sono venuta con un’agenzia – mi dice in un italiano ancora stentato nonostante sia in Italia da 15 anni – come tutte. Veniamo in Italia come turiste, cerchiamo lavoro, lo troviamo e facciamo il permesso di soggiorno”.

“Io ho sempre fatto la domestica – dice Frozina ma sospetto che intenda badante – prima 7 anni e mezzo, poi 8 anni e mezzo da una parte. Poi è morto il signore, sono stata un po’ disoccupata e ora di nuovo lavoro in una famiglia”. Ma non vorresti tornare in Ucraina chiedo? “Ma io come vedova sono sola qui e sarei sola là. Cambia poco. I figli? Certo i figli mi aspettano e mi vogliono bene ma sopratutto quando do loro una mano, quando non porto nulla a casa mi vogliono un po’ meno bene”. Frozina mi racconta più avanti dei suoi due signori ultra-ottantenni che guarda. Lui è autosufficiente, lei semi-paralizzata e diabetica. Tutte le notti la signora la chiama perché suda tantissimo, due volte a notte di media, Frosina si alza solleva la signora, la lava, la cambia e la rimette a letto. Frosina fa assistenza, cucina, pulisce fa la spesa. È stressante dice, perché tutto quello che succede a questi anziani io lo sento dentro di me. Le chiedo perché non ha mai fatto venire i figli. Dice sono io che non ho voluto, è bene che il carcere lo viva solo io per supportare loro. Perché la mia vita è come un carcere. E tutto questo per 750 euro al mese.IMG_8621.jpg

Accanto a me nell’altra fila c’è Ljubov che è russa ma ha sposato un Ucraino. È una chiacchierona Ljubov, ultima di dieci fratelli e sorelle tiene i contatti solo con quella che sta in Israele dove ha passato sei mesi lavorando in una fabbrica prima di venire in Italia.

“Sono Ljubov di Herson sono a Napoli dal 1999, prima è arrivata mia figlia e poi io. Mia figlia era giovane, voleva vedere Napoli. Ha fatto la babysitter poi ha imparato la lingua, ha cambiato lavoro e fa la domestica e 14 anni con una famiglia nobile, abita con loro. Io arrivata a Napoli primo giorno subito dal pomeriggio sono andata in una famiglia buona, magistrati, polizia carabinieri. Sono stata proprio fortunata”.

Più avanti c’è Valentina, che sembrava disinteressata all’inizio e invece ci racconta tutto e si commuove.

“Mi chiamo Valentina – dice – anch’io sono arrivata 15 anni fa. Una mia amica mi ha incontrato a Roma e poi mi ha trovato un lavoro a Firenze. Sono andata via di casa perché mia figlia più grande aveva finito la scuola e non aveva i soldi per andare all’università mio marito non aveva tanta voglia di lavorare, bravo marito bravo padre ma ci diceva io posso fare questo di più no. Se volete state con me è così sennò siete liberi di andarvene. Quindi io sono dovuta andare. La figlia più piccola 8 anni e mezzo ed è restata con mio marito. Ha fatto la scuola da sarta, si è diplomata con ‘tutto rosso’ che da noi vuol dire il massimo dei voti e dopo è andata all’accademia. Oggi è sposata ha due figli l’abbiamo aiutata a comprare casa nel nostro villaggio dove lei è voluta restare”.

Valentina è stata una testa di ponte per il suo villaggio, dell’est dell’Ucraina non lontano dal conflitto non dichiarato tra Ucraina e Russia. Ci racconta che è riuscita a far venire altre 32 donne del suo paese “Senza prendere un centesimo” sottolinea. “Quando mia figlia ha finito scuola come è uso da noi abbiamo fatto una grande festa con spettacoli su un palco e tutto il villaggio là. Ma auando mia figlia è uscita da questo teatro da con questo abito bello io non l’avevo riconosciuta. Sì, certo io ci parlo tutte le sere con i figli e vengo a casa una volta l’anno ma io non riconoscevo questa donna che era mia figlia e mi sono sentita male, male, male. Non auguro a nessuno lasciare i figli piccoli crescere senza la mamma”.IMG_8614.jpg

Il viaggio continua, la maledetta tv accesa su questi sceneggiati in russo, una fermata ogni 3 o 4 ore. Il pullman è animato molto dalle famiglie italo-ucraine e dai loro bambini, ma anche da queste donne di tutte le età che ad ogni fermata non mancano mai di scoppiare in risate prendendosi in giro a vicenda. In Italia continuiamo a raccattare gente a Bologna, Reggio Emilia, Padova, Verona e Udine. É sera, quando passiamo il primo confine a Fernetti, quello con la Slovenia. La notte la passiamo viaggiando in Slovenia e metà Ungheria. Nonostante l’affollamento e la scomodità abbasso il sedile per quel che posso, e mi allungo riuscendo anche a dormire. Frozina non si muove e non si alza quasi mai accanto a me, riesce a dormire con una grossa busta tra le gambe. È come se ormai fosse abituata alla vita scomoda. La mattina dopo vedendomi incriccata mi ha anche fatto un massaggio alla schiena dicendo che lo fa sempre alla sua signora quando sta male. Inutile dire che mi si è stretto il cuore.

La mattina arriviamo a Čop, il confine dell’Europa, tra Ungheria e Ucraina. E nel pulmann nonostante la stanchezza cambia l’atmosfera. Tutti si rilassano, siamo a casa pensano le donne. E iniziano a pensare alle cose pratiche, cambiare la scheda nel telefono, avvertire la sorella il marito, organizzare le prime visite. Ecco adesso non faremo che mangiare – e preparare da mangiare – per un mese. E poi le fermate Ivano Frankivs’k è la prima, scende Frozina e sono un po’ triste, hai facebook? Le chiedo. No risponde. L’email? No. Ok ciao Frozina addio. Poi Lviv, Leopoli dove scende la maggioranza delle persone. Poi Lutsk e infine alle 3 di notte arriviamo a Kiev. Il mio ultimo compagno di viaggio è Valeri, Ucraino di Lughansk una delle città delle repubbliche ribelli a Kiev, in pieno conflitto filo-russi – ucraina. Lui sì dichiara ucraino, ma non capisce ne’ Kiev ne’ Mosca, dice non ci posso credere i russi e gli ucraini sono fratelli da sempre, è sicuramente tutto orchestrato dagli Stati Uniti che non vogliono questa alleanza forte. Anche lui non ha più tante persone da cui tornare, ha una figlia all’estero e l’altra in una città del nord, deve però assolutamente andare a vedere in che condizioni è il suo appartamento a Lughansk ma ancora non gli hanno dato il permesso. Valeri era un ingegnere meccanico aveva sotto di se’ qualche centinaio di operai. Verso la fine degli anni novanta l’azienda è fallita, lui ha provato un po’ di business in proprio ma poi è dovuto emigrare. Oggi fa il magazziniere a Bologna al Mercatone Uno.

Ecco il viaggio è finito, alle 3 di notte a Kiev io prendo un taxi molto equivoco che mi porta al mio albergo low cost e Valeri va alla stazione per vedere se c’è un treno per la città di sua figlia, se non c’è aspetterà. Io penso che mi porterò dietro questo bagno di umanità per molto tempo.

Ma almeno ho fatto in tempo a rimediare la ricetta dell’Holodiez, la gelatina di carne di Valentina e Frozina.

Cecilia Ferrara.

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